Vivere per Lavorare o Lavorare per Vivere?

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Sempre più spesso sentiamo parlare di “sindrome da burnout”, l’enciclopedia Treccani da questa definizione:

“Sensazione di esaurimento; estraneità o sentimenti cinici o negativi nei confronti del proprio lavoro; prestazioni professionali ridotte”

Secondo uno studio della piattaforma GoodHabitz due italiani su tre soffrono di stress e burnout lavoro correlato.

Molte persone hanno impegni lavorativi talmente gravosi da non riuscire a dedicarsi alle proprie passioni o avere del tempo libero per rilassarsi o per occuparsi dei propri affetti. Si arriva a un punto in cui tutto il proprio tempo è dedicato all’attività lavorativa e c’è solo un piccolo spazio per rispondere ai bisogni primari come mangiare, lavarsi, dormire o andare in bagno.

Oppure in altre circostanze il proprio lavoro non piace, lo si fa solo per avere un’entrata fissa mensile o per non percepire il giudizio delle altre persone.

“Hai un lavoro di cosa ti lamenti”

“Accontentati, magari avessi io questa possibilità”

“Sai quante persone vorrebbero essere al tuo posto”

“A nessuno piace lavorare”

Tutte frasi che le persone si sentono dire quando sollevano obiezioni sul proprio lavoro o il desiderio di cambiarlo, oppure emerge una eccessiva paura per il cambiamento, ci si sente troppo insicuri per affrontare questo passo.

“Se non fossi in grado”

“Se fallisco”

“Se non mi trovassi bene a fare un altro lavoro”

In queste circostanze le persone vivono in attesa che termini la giornata lavorativa, aspettando il fine settimana o il giorno libero, sognando il periodo di ferie estivo, il tutto scandito da un assiduo conteggio delle ore, dei giorni che mancano al termine del lavoro.

In attesa di un futuro indeterminato in cui si potrà essere felici, rilassati, spensierati, ma poi arriva la domenica, l’ultimo giorno di ferie, la fine di un ponte o festività e si torna a cadere nell’infelicità.

Ma questa è vita?

Per quanto tempo si può portare avanti questa condizione?

Occorre operare un cambiamento quando non si prova più soddisfazione per quello che si fa, quando si avverte che il carico di lavoro è troppo gravoso per poter dedicarci ad altro. E’ vero potrebbe apparire una scelta rischiosa, certe volte pensiamo sia meglio rimanere confinati alla nostra “zona di confort”, anche se non ci piace e non ci fa stare bene, perchè la avvertiamo come una sicurezza oltre il quale non sappiamo cosa potrebbe accadere.

E se un giorno guardandoci indietro capissimo di non avere vissuto davvero?

Di avere dei rimpianti?

“Perchè la vità è un brivido che vola via”

Vasco Rossi

Meglio sbagliare, essere giudicati, tornare sui propri passi dopo avere realizzato che quel cambiamento non era adeguato a noi, meglio uscire dai nostri confini di sicurezza, perchè anche se sbagliamo ma lo facciamo uscendo dalla nostra “zona di confort” diventiamo consapevoli di poterlo fare per altre occasioni future.

In ogni caso quando proviamo delle sensazioni di frustrazione e infelicità legate al nostro lavoro e alla nostra vita, consultiamoci sempre con un professionista che può darci le giuste indicazioni per gestire la situazione di stress in cui ci troviamo.

Sempre per citare Vasco Rossi:

““Domani sarà tardi per rimpiangere la realtà,
è meglio viverla.”

E tu cosa ne pensi?

Riesci a trovare un giusto equilibrio tra vita lavorativa e privata?

Il lavoro che fai ti consente di dedicarti alle tue passioni?

Sei soddisfatto di ciò che fai?

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