Stavo ascoltando un podcast e mi ha colpito un’idea. Forse la nostra società ha perso familiarità con la parola fine.
I social network ci spingono a consumare un contenuto dopo l’altro, spesso senza che ci accorgiamo del tempo che passa. Quando finiamo una serie o un film su una piattaforma di streaming, il contenuto successivo è già pronto ad aspettarci. Anche le nostre giornate sembrano non avere mai una conclusione: le liste di cose da fare si riempiono continuamente e, una volta completate, ne compaiono subito di nuove.
Eppure, paradossalmente, viviamo anche in una cultura dell’usa e getta. Cambiamo telefono sempre più spesso, acquistiamo vestiti che indossiamo poche volte e talvolta costruiamo amicizie o relazioni che non arrivano mai ad approfondirsi davvero.
Mi chiedo allora se queste due tendenze siano collegate. Se l’assenza di una vera esperienza della fine nelle nostre vite ci porti a cercarla altrove, attraverso oggetti, abitudini e persino legami destinati a essere sostituiti rapidamente. Forse il consumo continuo e l’usa e getta non sono fenomeni opposti, ma due facce della stessa difficoltà: confrontarci con ciò che finisce davvero.
E voi cosa ne pensate? Abbiamo paura delle conclusioni e per questo ci rifugiamo in un flusso infinito di novità, oppure è proprio l’eccesso di novità ad averci fatto perdere il valore delle cose che durano?

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