Siamo Fatti di Sogni: Dedicato a quella Bambina con la Testa tra le Nuvole

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Che cosa vorresti poter dire a te stesso/a a 20 anni?

Alla me stessa di 13 anni racconterei una storia dolce e selvaggia, la storia di una vita che raramente segue le mappe che disegniamo da bambini. Le direi che spesso i sentieri più importanti sono proprio quelli che non avevamo previsto, quelli che ci sorprendono, ci smarriscono e infine ci riportano a casa, da noi stesse.


Le direi che ogni accadimento porta con sé un insegnamento nascosto e che persino le notti più lunghe hanno un compito: insegnarci a riconoscere l’alba. Perché la luce più autentica non nasce dall’assenza del buio, ma dall’averlo attraversato.


Le direi di non temere gli errori commessi con il cuore pulito. Sono i passi incerti che insegnano a camminare. I veri pesi da portare non sono le cadute, ma i rimpianti, quelle parole non dette, quei sogni lasciati a dormire per paura di svegliarli.


Le racconterei che non si può essere il cielo di tutti e che rincorrere l’approvazione degli altri può allontanarci dalla nostra verità. Perché ogni volta che ci pieghiamo per essere accettate, rischiamo di perdere un frammento della nostra anima.


Le direi che la vita è movimento, che tutto cambia forma come il mare sotto il vento. Nulla resta uguale, nulla ci appartiene per sempre, ed è proprio questa impermanenza a rendere ogni istante così prezioso.
Le direi di credere in sé stessa, anche quando la voce del dubbio sembrerà più forte di quella del cuore. Perché sbaglierà, certo. Ma amerà, sognerà, costruirà, cadrà e si rialzerà. E lungo il cammino farà cose bellissime che oggi non riesce nemmeno a immaginare.


Le direi di fermarsi ogni tanto. Di ascoltare il canto degli uccelli, il profumo della pioggia sull’asfalto, il calore di un abbraccio sincero. Di imparare a raccogliere la meraviglia nascosta nelle cose semplici, perché è lì che la vita sussurra le sue verità più profonde.


Le direi di non avere paura di vivere. Perché la paura, quando prende il timone, ci fa morire un poco ogni giorno. Vivere, invece, significa accettare il rischio di sentire tutto: la gioia, la perdita, l’amore, la nostalgia.
E poi le parlerei di quella scintilla. Quella presenza silenziosa che un giorno avrebbe iniziato a brillare dentro di lei. Le direi che era reale, anche quando sembrava confusa, anche quando faceva paura. Perché alcune luci arrivano per ricordarci chi siamo davvero.
Le direi che sentire profondamente non è una fragilità, ma un dono raro. Che essere una candela accesa nella notte di qualcuno è una forma d’amore che lascia tracce invisibili e indelebili.


E quando il mondo le dirà che non è abbastanza, che è troppo sensibile, troppo sognatrice, troppo diversa, le chiederei di sorridere e continuare a camminare.
Perché ciò che gli altri chiamano eccesso è spesso la forma più pura dell’anima.


E perché lei, esattamente così com’è, con il cuore aperto al cielo e i piedi ancora pieni di polvere e sogni, è sempre stata abbastanza.

Sempre.

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