C’è una verità scomoda che mi abita da qualche tempo.
È arrivata quasi per caso, mentre osservavo distrattamente lo schermo di un telefono.
Un pensiero improvviso ha attraversato le mie certezze come una lama di luce: la crescita personale, così come spesso ci viene proposta oggi, rischia di allontanarci da noi stessi.
Rischia di consumare la spontaneità delle nostre vite e di trasformare l’esistenza in un progetto da ottimizzare senza sosta.
Non avrei mai immaginato di scrivere parole simili. Eppure, quella riflessione ha risvegliato qualcosa di antico, costringendomi a guardare l’orizzonte da un’altra prospettiva.
Apriamo i social e veniamo investiti da una sfilata di esistenze impeccabili. Giornate scandite al minuto, mattine che iniziano alle quattro, meditazione, yoga, letture strategiche, allenamenti, obiettivi raggiunti uno dopo l’altro. Tutto appare ordinato, efficiente, luminoso. Una coreografia perfetta che non lascia spazio all’imprevisto, all’errore, alla stanchezza.
E noi, osservando da dietro lo schermo, finiamo per sentirci inadeguati. Ci confrontiamo con immagini accuratamente costruite e dimentichiamo la realtà da cui proveniamo: non siamo sculture di marmo, ma creature vive.
Fragili, contraddittorie, imperfette. Umani.
Così iniziamo a misurare il nostro valore sulla distanza che ci separa da quell’ideale irraggiungibile, senza accorgerci che stiamo correndo verso una meta che forse non ci appartiene.
In questa corsa incessante verso il miglioramento abbiamo smarrito qualcosa di essenziale:
il diritto di essere umani.
Siamo fatti di luce e di ombra.
Ci saranno sempre giorni in cui le promesse che abbiamo fatto a noi stessi perderanno forza.
Giorni in cui la disciplina sembrerà una prigione, la motivazione un linguaggio estraneo e il semplice atto di alzarsi dal letto richiederà più coraggio del previsto.
È così che funziona la vita.
Eppure la narrazione dominante ci suggerisce il contrario. Ci chiede di essere impeccabili proprio quando siamo feriti, produttivi proprio quando siamo esausti, resilienti proprio quando avremmo bisogno di fermarci. Ci sono sempre più persone pronte a insegnare come migliorarsi, ma sempre meno voci disposte a ricordarci che sbagliare, stancarsi, rallentare e persino cadere non sono difetti da correggere.
Sono esperienze che appartengono alla nostra natura.Di chi sono i desideri che inseguiamo?
È una domanda che ritorna spesso nei miei pensieri:I sogni che rincorriamo sono davvero nostri?
Oppure stiamo inseguendo immagini costruite da altri: dalla società, dal mercato, dalle aspettative familiari, dall’algoritmo che ogni giorno ci suggerisce chi dovremmo diventare?
Molti degli obiettivi che ci imponiamo assomigliano a vestiti cuciti su misura per qualcun altro.
Li indossiamo con fatica, convinti che ci renderanno felici, e poi ci sorprendiamo quando non riusciamo a respirare. Forse non raggiungiamo certe mete perché ci manca la disciplina. Forse non le raggiungiamo perché il nostro cuore non le riconosce come casa.
E c’è una differenza enorme tra le due cose.
Forse il problema non è la crescita personale.
Forse il problema è averla trasformata in una prestazione.
La vera crescita non è una scalata verso il cielo.
È una discesa.
Non si sale, si scava.
Si scende nelle profondità della propria storia, nei territori meno illuminati della coscienza, tra paure, ferite, desideri dimenticati e domande che abbiamo evitato per anni.
Non è un percorso lineare.
Non è elegante.
Non è fotogenico.
È un cammino irregolare, fatto di fango e pietre, di soste inattese e ritorni sui propri passi. Ma è proprio attraversando quelle zone d’ombra che impariamo a riconoscere la nostra luce.
Forse questa promessa di felicità perfetta e performante ci sta sottraendo qualcosa di prezioso.
Ci costringe a vivere sotto uno sguardo costante, sospesi tra la paura di non essere abbastanza e il bisogno di dimostrare continuamente il nostro valore. Ma la vita non è una gara di efficienza.
Non è una tabella di marcia.
Non è un elenco di traguardi da spuntare.
La crescita più autentica avviene spesso in silenzio, lontano dagli applausi e dalle statistiche. Assomiglia più a una fioritura che a una conquista. Per questo, forse, dovremmo smettere di chiederci quanto siamo migliorati e iniziare a domandarci chi stiamo diventando.
Senza dogmi.
Senza cronometri.
Senza punizioni.
Perché la fioritura di un’anima è un fatto intimo, un sussurro, non una performance. E alla fine del cammino non conterà quale vetta avremo raggiunto, ma quanta vita avremo avuto il coraggio di respirare lungo la strada.

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