Torno a scrivere cavalcando un po’ l’onda del momento: Barbara Palvin è tornata a sfilare per Victoria’s Secret a poche settimane dal parto e, come spesso accade sui social, la notizia ha scatenato un acceso dibattito.
Barbara è oggettivamente una donna bellissima, in forma straordinaria, una delle modelle più affascinanti al mondo. Ma ciò che ha attirato l’attenzione non è stato soltanto il suo ritorno in passerella, quanto il tempo trascorso dalla nascita del suo bambino: circa sei settimane.
Da qui sono partite le solite discussioni. C’è chi ha criticato la narrazione di una donna che torna in forma così rapidamente dopo la gravidanza, temendo che possa alimentare aspettative irrealistiche e rafforzare l’idea che una neomamma debba recuperare immediatamente il proprio fisico.
Una preoccupazione comprensibile, perché ogni donna vive la gravidanza e il post parto in modo diverso. Ogni corpo ha i suoi tempi, e non esiste un unico modo giusto di affrontare questo cambiamento.
Credo, però, che in questa vicenda si sia perso di vista un aspetto fondamentale: Barbara Palvin non è semplicemente una donna che è tornata in forma dopo il parto. È una modella che è tornata a fare il suo lavoro.
Il corpo di Barbara Palvin fa parte della sua professione. È il suo strumento di lavoro, proprio come accade per chiunque svolga un’attività in cui determinate caratteristiche fisiche hanno un ruolo centrale.
Non sappiamo quali siano stati i suoi percorsi personali, le sue abitudini o il supporto di cui ha eventualmente beneficiato durante la gravidanza e dopo il parto. Possiamo soltanto constatare che è tornata in passerella, senza trasformare la sua esperienza in un modello da imporre a tutte le altre donne.
Ed è proprio qui che, secondo me, dovrebbe concentrarsi la riflessione.
Perché, se da una parte è giusto ricordare che non tutte le donne possono o vogliono recuperare rapidamente la forma fisica precedente alla gravidanza, dall’altra dovremmo riconoscere anche il diritto di una donna di tornare al proprio lavoro, ai propri interessi e alle proprie passioni quando lo desidera e quando le sue condizioni glielo consentono.
Il vero problema non è che Barbara Palvin abbia sfilato a poche settimane dal parto. Il problema è trasformare la sua esperienza in uno standard universale, come se tutte le donne dovessero comportarsi allo stesso modo.
Ma c’è anche un’altra questione che mi colpisce.
Pensiamo mai a tutte quelle donne che, lontano dai riflettori, sono costrette a tornare al lavoro molto presto dopo aver avuto un bambino? Pensiamo a chi ha una partita IVA, a chi non dispone di una maternità retribuita sufficiente o a chi non può permettersi di interrompere la propria attività perché deve continuare a mantenersi?
Per alcune donne, tornare al lavoro dopo poche settimane non è una scelta legata alla propria immagine o alla propria carriera, ma una necessità economica.
Eppure, in questi casi, raramente assistiamo allo stesso dibattito pubblico.
Questo non significa mettere a confronto esperienze diverse o stabilire chi abbia più diritto di tornare al lavoro. Significa, piuttosto, riconoscere che ogni donna ha una storia, esigenze e possibilità differenti.
Al di là delle opinioni sul caso specifico, c’è una domanda che mi pongo spesso quando osservo certe reazioni sui social: perché ci sentiamo così facilmente chiamate in causa dalle scelte e dai risultati degli altri?
Perché, quando vediamo qualcuno fare qualcosa che noi non siamo riuscite a fare, o avere qualcosa che noi non abbiamo, tendiamo a percepirlo come una mancanza personale?
Ho letto molte reazioni critiche nei confronti di Barbara Palvin e non credo che il suo intento fosse quello di sminuire le donne che impiegano mesi o anni per ritrovare un equilibrio dopo la gravidanza. Ho visto una donna tornare a fare il proprio lavoro e farlo con evidente entusiasmo, sostenuta anche dal marito, che la applaudiva con grande orgoglio.
E allora mi sono chiesta: perché non possiamo limitarci a vedere questo?
Perché dobbiamo necessariamente leggere il successo, la bellezza o la felicità di un’altra persona come qualcosa che ci mette in discussione?
Sui social siamo continuamente esposti a vite apparentemente perfette: case impeccabili, corpi scolpiti, relazioni felici, carriere brillanti. Sappiamo bene che ciò che vediamo non sempre corrisponde alla realtà e che, spesso, dietro un’immagine perfetta si nascondono difficoltà che non conosciamo.
Eppure, continuiamo a confrontarci.
Ci confrontiamo con il corpo delle altre donne, con il loro modo di essere madri, con le loro relazioni e con i risultati che raggiungono. E, senza accorgercene, rischiamo di trasformare ogni differenza in una misura del nostro valore.
Ma la vita non funziona così.
Il fatto che un’altra donna riesca a fare qualcosa non significa che noi abbiamo fallito. Il fatto che abbia qualcosa in più, o qualcosa di diverso da noi, non significa che ci stia togliendo qualcosa.
Se sono una mamma con un bambino piccolo e vedo Barbara Palvin sfilare poche settimane dopo il parto con un fisico straordinario, questo non rende meno bello, meno valido o meno meritevole il mio percorso.
Il mio corpo non deve assomigliare al suo. La mia maternità non deve seguire i suoi tempi. E il mio valore non dipende dalla capacità di raggiungere gli stessi risultati.
Possiamo imparare a guardare le esperienze degli altri per quello che sono, senza trasformarle automaticamente in un giudizio su noi stesse.
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C’è un altro aspetto di questa vicenda su cui vorrei soffermarmi: il modo in cui raccontiamo la maternità e, soprattutto, il rapporto tra maternità e cura di sé.
Troppo spesso sembra che diventare madri implichi necessariamente mettere da parte tutto ciò che riguarda la propria individualità. Come se, dal momento in cui nasce un bambino, ogni attenzione dedicata a noi stesse diventasse secondaria, quasi superflua o addirittura egoistica.
Penso a tutte le volte in cui una donna viene giudicata perché decide di andare dal parrucchiere, farsi le unghie, indossare un bel vestito o mettere un paio di tacchi anche dopo il parto.
Mi è capitato personalmente di continuare a fare queste cose fin dai primi giorni, compatibilmente con le mie possibilità e con la mia organizzazione. Sono abitudini che facevano parte della mia vita anche prima della maternità e che non ho mai sentito il bisogno di abbandonare.
Eppure, intorno a queste scelte, può insinuarsi una sorta di senso di colpa: una vera mamma non dovrebbe preferire stare con il proprio bambino? Non dovrebbe rinunciare a certe cose, almeno per un po’?
Ma chi lo ha stabilito?
Prendersi cura di sé non significa amare meno i propri figli. Desiderare di sentirsi belle non significa essere superficiali. E concedersi qualche ora per andare dal parrucchiere o dedicarsi a ciò che ci fa stare bene non ci rende madri di serie B.
Naturalmente, ogni famiglia ha le proprie esigenze e ogni donna deve poter scegliere liberamente come organizzare il proprio tempo, senza sentirsi obbligata a mantenere le abitudini di prima. Il punto non è fare tutto come se nulla fosse cambiato, ma sapere che la maternità non cancella la donna che eravamo prima di diventare madri.
Possiamo essere madri presenti e amorevoli, ma anche donne che hanno voglia di sentirsi belle, coltivare le proprie passioni, lavorare, uscire e dedicarsi a ciò che le rende felici.
Non c’è contraddizione.
Diventare madri può cambiare le priorità, modificare le abitudini e mettere alla prova le nostre certezze. Ci saranno momenti in cui avremo meno tempo per noi, in cui il nostro corpo ci sembrerà estraneo e in cui faremo fatica a ritrovare i nostri spazi. Tutto questo è normale e merita rispetto.
Ma non dobbiamo trasformare queste difficoltà in un obbligo alla rinuncia.
Se una donna ha piacere di truccarsi, vestirsi bene, tornare al lavoro o riprendere un’attività che ama, dovrebbe poterlo fare senza sentirsi giudicata. Allo stesso modo, una donna che ha bisogno di più tempo, che non si riconosce ancora nel proprio corpo o che desidera dedicarsi completamente al bambino per un periodo, dovrebbe poter vivere questa scelta senza pressioni.
Non esiste una sola maniera di essere madri. E non dovrebbe esistere neppure una classifica di chi lo è meglio.
Per questo, guardando Barbara Palvin tornare in passerella, io non ho visto una donna che metteva in ombra tutte le altre. Ho visto una donna bella, forte, felice di essere tornata a fare ciò che ama e sostenuta dal marito, visibilmente entusiasta di vederla lì.
Ho visto un messaggio positivo, che ciascuno può naturalmente interpretare a modo proprio, ma che non dovrebbe necessariamente diventare motivo di confronto o di risentimento.
Perché la bellezza di un’altra donna non diminuisce la nostra. Il suo successo non cancella i nostri traguardi. E il suo modo di vivere la maternità non rende meno valido il nostro.
Impariamo a non sentirci sempre chiamate in causa. Impariamo a guardare ciò che gli altri fanno senza pensare immediatamente a quello che manca a noi. A volte possiamo semplicemente apprezzare, altre volte prendere ispirazione, altre ancora riconoscere che quella strada non è la nostra.
Non tutto ciò che vediamo deve diventare un confronto. Non tutto ciò che gli altri hanno deve trasformarsi in una nostra mancanza.
E forse è proprio questo il messaggio più importante: diventare madri non significa smettere di essere donne, così come vedere un’altra donna brillare non significa dover spegnere la nostra luce.
La vita non è una competizione in cui, perché qualcuna abbia qualcosa in più, noi dobbiamo necessariamente avere qualcosa in meno.
La maternità non deve toglierci il diritto di essere noi stesse. Può, al contrario, diventare una motivazione in più per mostrare ai nostri figli che la vita è bella, che possiamo continuare a coltivare ciò che amiamo e che crescere insieme non significa rinunciare a noi stesse, ma trovare nuovi modi per esprimerci.

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