Che cosa vorresti che a scuola insegnassero davvero?
Cosa vorrei venisse insegnato a scuola?
Vorrei che a scuola, prima ancora delle nozioni, dei programmi e dei voti, venisse insegnata una cosa fondamentale: che noi non siamo i nostri voti.
Non siamo un numero scritto in rosso su un foglio.
Non siamo un’insufficienza, un’interrogazione andata male, un compito che non siamo riusciti a svolgere.
E soprattutto, non siamo il giudizio che qualcuno ha dato di noi in un determinato momento della nostra vita.
Perché a volte il sistema scolastico rischia di trasformarsi in un luogo in cui si viene definiti: “È bravo/a in questo”, “non è portato/a per quello”, “non si è impegnato/a abbastanza”, “non è adatto/a”.
Come se un voto potesse raccontare tutto ciò che una persona è.
Ma una persona è molto più grande di un voto.
Forse, qualche volta, dovremmo avere il coraggio di chiederci non soltanto se un ragazzo/a abbia imparato, ma se gli abbiamo dato il modo giusto per imparare. Se quella materia, quel metodo, quell’insegnante siano riusciti a parlare proprio a lui/lei.
Perché magari non è incapace: magari semplicemente non è stato ancora trovato il modo di accendere la sua curiosità.
E magari, ancora, quel ragazzo/a è talmente avanti da essersi già perso nella noia.
Credo che la scuola dovrebbe smettere di chiedersi soltanto “quanto riesco a riempire?” e iniziare a chiedersi “quanto riesco a far emergere?”.
Perché i ragazzi non sono contenitori vuoti da riempire di nozioni.
Sono contenitori già pieni, pieni di domande, intuizioni, sensibilità, talenti e possibilità che spesso aspettano soltanto qualcuno capace di vederli. Il compito della scuola, allora, non dovrebbe essere soltanto quello di mettere dentro qualcosa, ma di portare alla luce ciò che già c’è.
Aiutare un bambino/a a scoprire che magari non è bravo in matematica, ma sa osservare il mondo in un modo che nessun altro sa fare. Che magari non ama studiare sui libri, ma sa costruire, immaginare, ascoltare, creare. Che magari non eccelle in una materia, ma possiede una sensibilità che un voto non potrà mai misurare.
Perché nella vita non siamo la materia in cui abbiamo fallito. Non siamo l’interrogazione che abbiamo sbagliato.
Non siamo quel “non sei portato/a” che qualcuno ci ha detto quando eravamo ancora troppo piccoli per capire quanto potesse pesare.
Siamo molto di più.
E forse una delle cose più importanti che la scuola potrebbe insegnarci è proprio questa: non confondere mai il risultato con il proprio valore.
Un voto può dire come è andata una prova.
Non può dire chi siamo.
E allora vorrei una scuola capace di guardare un ragazzo/a e non chiedergli soltanto “quanto vali?”, ma dirgli:
“Vediamo insieme quanto ancora puoi diventare.”

Lascia un commento