La 63° Chiave Genetica: Dubbio, Ansia Esistenziale e Incertezza

4–6 minuti

lettura

Questa mattina mi sono addentrata nella rilettura della 63ª Chiave Genetica. Per chi non lo sapesse, le Chiavi Genetiche di Richard Rudd sono un percorso di crescita personale e spirituale ispirato, tra le altre cose, all’I Ching, il celebre «Libro dei Mutamenti».

Rileggendo questa Chiave, una delle ultime delle 64 che compongono il percorso, ho trovato moltissimi spunti di riflessione. Ma ce n’è uno, in particolare, da cui sento di voler partire e che racchiude, a mio avviso, molto della filosofia orientale che amo leggere e approfondire: la celebre frase attribuita a Socrate, «So di non sapere».

Probabilmente tornerò su questa frase in altri articoli, perché racchiude una profondità tale da meritare più di una riflessione. In questo primo articolo voglio però soffermarmi sul suo rapporto con la 63ª Chiave Genetica, che affronta un tema fondamentale dell’esistenza umana: il dubbio.

La costante della vita è il cambiamento”

La vita è fatta di impermanenza. È fatta di continui mutamenti, trasformazioni, nascite e morti. Non esiste una vera stabilità: tutto cambia, tutto si evolve, tutto passa.

Ma l’impermanenza porta con sé una delle difficoltà più grandi per l’essere umano: l’incertezza.

Noi abbiamo una necessità quasi istintiva di colmare l’incertezza. Vogliamo avere risposte, spiegazioni, punti fermi. Vogliamo sapere perché siamo qui, quale sia il senso della nostra vita, cosa accadrà dopo la morte, perché esistano la sofferenza, la malattia, la perdita.

In qualche modo, vogliamo sempre sapere.

E forse è proprio qui che nasce una parte importante della nostra ansia.

Il nostro cervello si è evoluto anche per riconoscere schemi, prevedere ciò che accadrà e ridurre l’incertezza. Non sapere cosa succederà può essere percepito come una minaccia, e così cerchiamo continuamente qualcosa che ci restituisca un senso di controllo.

È anche per questo che, nel mondo contemporaneo, assistiamo alla proliferazione di guru, coach, guide spirituali, metodologie e pratiche che promettono risposte, direzioni e certezze.

Non c’è nulla di necessariamente sbagliato nel cercare una guida. Il problema nasce quando trasformiamo la ricerca in una necessità di avere sempre una risposta.

Perché alcune domande, semplicemente, potrebbero non avere una risposta accessibile alla nostra coscienza.

Ci sono cose che non possiamo sapere

È difficile da accettare, soprattutto per la nostra mente.

Siamo abituati a pensare che, di fronte a una domanda, debba necessariamente esistere una risposta. E che, se non la conosciamo ancora, dobbiamo semplicemente continuare a cercarla.

Ma forse non è sempre così.

Forse esistono domande che appartengono a una dimensione che la nostra coscienza, per come la conosciamo oggi, non è in grado di comprendere fino in fondo.

Domande sul senso ultimo dell’esistenza.
Sul perché siamo qui.
Su cosa accada dopo la morte.
Sul significato della vita e della morte.
Sul perché esistano la sofferenza, la malattia e la perdita.

Possiamo interrogarci, studiare, leggere, osservare, fare esperienza. Possiamo costruire teorie, elaborare filosofie e seguire percorsi spirituali.

Ma non possiamo pretendere di avere una risposta definitiva a tutto.

E forse è proprio questa consapevolezza a poterci rendere più liberi.

La libertà di non sapere, perchè il paradosso della Verità è il Dubbio.

Accettare di non sapere non significa smettere di cercare.

Significa, piuttosto, smettere di vivere la ricerca come una necessità di arrivare a una conclusione.

Quando lascio andare l’idea che devo necessariamente comprendere tutto, qualcosa dentro di me si alleggerisce.

Non devo più trovare a tutti i costi il mio posto nel mondo.
Non devo necessariamente conoscere lo scopo ultimo della mia esistenza.
Non devo avere una spiegazione per ogni cosa che mi accade.

Posso semplicemente riconoscere che ci sono complessità alle quali, almeno per ora, la mia coscienza non arriva.

E questo non è un limite da combattere.

Può essere uno spazio di libertà.

Perché una parte dell’ansia esistenziale nasce proprio dal tentativo incessante di colmare quel vuoto di conoscenza. Cerchiamo certezze nelle cose materiali, nel successo, nell’approvazione degli altri, nella costruzione di un’immagine di noi stessi.

Basta guardare i social per rendersene conto.

Mostriamo ciò che facciamo, ciò che possediamo, ciò che sappiamo, ciò che abbiamo raggiunto. Costruiamo continuamente una narrazione di noi stessi che, in qualche modo, sembra voler dire: «Io so chi sono. So dove sto andando. So cosa sto facendo».

E forse, dietro tutto questo, c’è anche la difficoltà di stare semplicemente dentro l’incertezza.

Lo stesso può accadere nel mondo della crescita personale e spirituale.

Il problema nasce quando iniziamo a delegare a qualcun altro la responsabilità di rispondere alle domande che, forse, siamo chiamati semplicemente a vivere.

Come scrivevo anche nel mio articolo «La crescita personale ci sta un po’ rovinando la vita», la ricerca di crescita può trasformarsi paradossalmente in un’altra forma di pressione: dobbiamo capire, migliorare, guarire, evolvere, trovare il nostro scopo.

Sempre.

Come se ci fosse una risposta corretta da raggiungere.

Fare pace con il dubbio.

Forse, invece, una delle forme più profonde di consapevolezza consiste proprio nel fare pace con il dubbio.

Accettare che non sempre ci sarà un libro capace di rispondere alla nostra domanda.

Che non sempre ci sarà un guru.

Che non sempre ci sarà una frase illuminante.

Che non sempre una pratica spirituale, una filosofia o persino una religione riusciranno a risolvere le nostre domande più profonde.

E questo non significa che siano inutili.

Al contrario.

Possiamo continuare a leggere, studiare, esplorare, porci domande e cercare significati. Possiamo continuare a essere curiosi nei confronti della vita.

Ma possiamo farlo senza la pretesa di arrivare necessariamente a una risposta.

«So di non sapere».

Forse il punto non è smettere di cercare.

Forse è smettere di essere schiavi della ricerca.

Quando accettiamo che non possiamo sapere tutto, il dubbio smette di essere qualcosa da eliminare e diventa qualcosa con cui possiamo imparare a convivere.

E, paradossalmente, proprio quando smettiamo di pretendere di avere tutte le risposte, possiamo iniziare a vivere davvero le domande.

Non più come un peso, ma come una possibilità.

Perché forse la bellezza della vita non sta nell’arrivare a sapere tutto.

Sta anche nel poter continuare a meravigliarsi di ciò che non sappiamo.

Lascia un commento