Lo “Scrolling” Infinito e La Paura del Silenzio

3–4 minuti

lettura

Quale app ti fa perdere più tempo sul telefono… e ti fa sentire un po’ in colpa?

Sicuramente una delle app che mi fa sentire più in colpa quando la utilizzo è Instagram.

Credo, però, che sia una sensazione condivisa da molte persone.

Instagram è costruito intorno allo scroll infinito: continui a scorrere senza un punto in cui fermarti davvero.

Cerchi continuamente il contenuto successivo, quello più interessante, più divertente, più utile.

E, naturalmente, l’algoritmo ti propone proprio ciò che è più affine ai tuoi interessi, a ciò che guardi e a ciò che ti piace.

È quindi facile convincersi di non stare perdendo tempo, ma di stare imparando qualcosa, trovando ispirazione o guardando contenuti che possono farti crescere. In parte può anche essere vero. Il problema, però, è che mentre scorri perdi completamente la percezione del tempo.

Ti sembra di essere lì da pochi minuti e, invece, è passata magari un’ora.

Una cosa che mi è stata utile è impostare i limiti di utilizzo e i contatori del tempo sul telefono.

Non tanto perché mi impediscano di usare Instagram, quanto perché mi aiutano a rendermi conto di quanto tempo ci passo davvero ogni giorno.

E non è tanto una questione di sentirmi in colpa perché utilizzo un social durante un momento di relax. Se scelgo consapevolmente di rilassarmi guardando qualche contenuto, non c’è nulla di male.

Quello che ho notato è un’altra cosa: quando sono più agitata, quando qualcosa non è andata come speravo o mi sento emotivamente più fragile, tendo a passare molto più tempo sui social.

Questo succede perché, molto spesso, i social diventano un modo per distrarci da ciò che stiamo provando.

Riempiono ogni momento vuoto.

È lo stesso motivo per cui, mentre aspettiamo in fila alla cassa del supermercato, in posta o alla fermata dell’autobus, sentiamo quasi automaticamente il bisogno di prendere in mano il telefono.

Quel piccolo spazio di silenzio ci mette a disagio e cerchiamo subito qualcosa che lo riempia.

Eppure proprio quei momenti potrebbero diventare occasioni preziose per tornare presenti, osservare ciò che abbiamo intorno, ascoltare i nostri pensieri e riconnetterci con noi stessi.

Il problema è che questa connessione, soprattutto quando siamo nervosi, stanchi o preoccupati, può fare paura. Fermarsi significa anche incontrare emozioni che preferiremmo evitare. Così prendiamo il telefono e, almeno per un po’, spegniamo tutto.

Ma è solo un sollievo temporaneo. Anzi, a volte l’effetto può essere opposto. Ci ritroviamo a confrontarci con persone che sembrano avere una vita migliore della nostra, che hanno raggiunto traguardi che noi non abbiamo ancora raggiunto. E, nel frattempo, abbiamo rimandato ancora una volta l’incontro con noi stessi. Quello che oggi abbiamo messo a tacere, domani torna a bussare con ancora più forza.

Così diventa più difficile rilassarsi, addormentarsi, stare da soli con i propri pensieri. E questo può portarci a usare ancora di più il telefono, alimentando un circolo vizioso.

C’è poi un altro aspetto importante: la cosiddetta ansia da disconnessione, o la paura di perdersi qualcosa. Temiamo di non vedere un post, un messaggio, un evento, una notizia o un video pubblicato proprio in quel momento.

Questa paura è spesso legata a un bisogno profondamente umano: sentirsi parte di un gruppo, sentirsi inclusi, sentirsi accettati.

Quando siamo sempre connessi possiamo avere l’impressione di essere partecipi della vita degli altri. Ma essere continuamente aggiornati su ciò che accade online non significa necessariamente sentirsi davvero parte della vita. Per qualche minuto questa sensazione di appartenenza viene placata, ma il bisogno profondo rimane. Per sentirci davvero presenti non basta uno schermo: servono relazioni autentiche, esperienze vissute e momenti in cui siamo davvero qui, nel mondo reale. Per questo il punto, almeno per me, non è semplicemente il tempo perso.

È il fatto che i social, a volte, sembrano soddisfare bisogni molto profondi — il bisogno di appartenenza, di presenza, di connessione — senza però riuscire a nutrirli davvero. Li anestetizzano per un momento, ma non li risolvono.

E quando chiudiamo l’app, spesso quei bisogni sono ancora lì, ad aspettarci.

Lascia un commento